“Orsante” di e con Matteo Vignati
Matteo Vignati porta in scena la storia di Ultimo, domatore di orsi e uomo senza appartenenza, in un monologo fisico che trasforma il ritorno alla casa natale in una resa dei conti con la memoria, l’origine e il bisogno di essere riconosciuti.
Orsante + la storia di Ultimo, ceduto – quando era ancora bambino – ad una compagnia di girovaghi e circensi dal proprio padre. Dopo anni di strada, spettacoli, elemosina e violenza, torna sugli Appennini perché ha saputo della possibile, imminente, morte della madre. Ma al suo arrivo la veglia funebre è già allestita. Davanti a quella porta da cui tutto è cominciato, nessuno sembra riconoscerlo, nessuno ricorda la sua esistenza. È da questa frattura che prende avvio il racconto: non il semplice resoconto di una vita, ma la domanda ostinata di chi cerca di capire se sia mai stato amato, nominato, atteso.
Il cuore di Orsante è il gesto del cantastorie. La regia costruisce una partitura dal ritmo incalzante, a tratti forsennato, in cui la vicenda individuale di Ultimo si allarga a una geografia emotiva di allontanamento e formazione. La sua vita girovaga attraversa avventure esaltanti, episodi tragicomici e passaggi durissimi, fino ai confini dell’Asia e all’irruzione della Grande Guerra. Al centro resta il rapporto con l’orsa che Ultimo impara a domare: una presenza animale che gli restituisce, come in uno specchio, la solitudine di chi è stato strappato da un mondo e continua a cercarne le tracce.
La scrittura lavora su una materia linguistica precisa. Per Orsante, Matteo Vignati ha cercato di ricreare una koinè teatrale a partire da documenti, lettere, diari, contratti di noleggio e vendita, carnet di viaggio conservati negli archivi e nei musei dedicati agli orsanti. La base è il dialetto ligure-emiliano valtarese, lingua d’origine di questi domatori ambulanti, attraversata da forestierismi e neologismi entrati nel loro gergo. La forma privilegiata è quella della ballata in rima dei vecchi cantastorie, sospesa tra tiritera e canzone, usata non come colore folklorico ma come motore del racconto e del suo andamento emotivo.
Anche la componente musicale attinge al repertorio popolare dell’Appennino, chiamato a far emergere frammenti di memoria e lampi di passato. In questa trama di voce, corpo e suono, Orsante interroga l’idea stessa di casa: non solo il luogo in cui si nasce, ma quello in cui il cuore riconosce una possibilità di appartenenza. La tragica consapevolezza a cui giunge Ultimo chiude il viaggio senza cancellarne la domanda più fragile e necessaria: che cosa resta di noi se nessuno ci ricorda?
Dal 15 al 21 ottobre 2026
ORSANTE
di e con Matteo Vignati
disegno luci Matteo Minutola
costumi Tiziana Varisco
produzione Matteo Vignati
Immagine in evidenza: Orsante @ Grazia Menna (Quarta Parete) .




