L’Era Plasteozoica. Una distopia ecologica
Il Museo di Storia Naturale ospita la mostra “L’Era Plasteozoica. Una distopia ecologica”, progetto sviluppato tra il 2015 e il 2019 dal collettivo dominicano Pictoria Newhouse, formato dalle artiste visive, fotografe e architette Victoria Thomen e Guadalupe Casasnovas.
Presentato per la prima volta a Milano, il progetto immagina un futuro eco-distopico nel quale gli animali sembrano essere progressivamente scomparsi, sostituiti da esemplari in plastica. Uccelli, insetti, rettili ed esemplari marini artificiali occupano paesaggi naturali alterati, trasformandosi in falsi reperti e organismi di una zoologia impossibile.
Attraverso fotografie, installazioni, disegni e schede tassonomiche immaginarie, Pictoria Newhouse costruisce un archivio naturale del futuro. Le opere adottano il linguaggio della classificazione scientifica per descrivere un ecosistema nel quale il confine tra natura e artificio, organismo e rifiuto, documento e invenzione non è più riconoscibile.
La mostra non presenta la plastica soltanto come materiale inquinante, ma come una materia capace di persistere, integrarsi negli ambienti e diventare una delle tracce più durevoli lasciate dall’essere umano sul pianeta. In questo senso l’esposizione si inserisce nel programma di Tracce, il primo dei quattro nuclei tematici del percorso multidisciplinare e quadriennale promosso dagli Istituti Scientifici del Comune di Milano – Museo di Storia Naturale, Acquario Civico e Planetario – dedicato al dialogo tra scienza e arte: un invito a interrogare ciò che resta dopo lo sfruttamento, a osservare i segni lasciati dalle trasformazioni ambientali e a riflettere sulle possibilità di rigenerazione
L’origine del progetto.
L’Era Plasteozoica nasce da una spedizione fotografica alla Laguna de los Flamencos, sull’isola di Saona, nella Repubblica Dominicana. L’assenza della fauna che dà nome al luogo e la presenza di residui, detriti e resti animali hanno generato la domanda che attraversa l’intero progetto: saremo costretti a fabbricare la nostra fauna per poterla rappresentare?
Il titolo identifica una nuova era non riconosciuta dalla geologia, ma immaginata dalle artiste come
conseguenza estrema del presente: un tempo nel quale la plastica non è più soltanto un rifiuto, ma
è diventata paesaggio, habitat, falso organismo e possibile fossile della civiltà umana.
La dimensione speculativa del progetto trova un riscontro concreto nel plastiglomerato, descritto nel 2014 a Kamilo Beach, nelle Hawaii, da Patricia Corcoran, Charles Moore e Kelly Jazvac: un mate- riale ibrido nel quale la plastica fusa ingloba sabbia, frammenti basaltici, coralli, conchiglie e altri residui, potenzialmente preservabile nel futuro registro geologico. Il fenomeno rende tangibile una delle intuizioni centrali dell’opera: la plastica non occupa soltanto il paesaggio, ma può sedimentarsi nella memoria minerale della Terra.
Le tassonomie inventate conferiscono credibilità scientifica alle creature artificiali, simulando i sis- temi con cui le specie vengono nominate, ordinate e studiate. La finzione non cerca di ingannare lo spettatore, ma di rendere visibile un processo già in corso: la progressiva artificializzazione del mondo naturale.
Immagine in evidenza: Inflables red de pescar yola (part.).




